Consorzio Italiano Detox
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Secondo l’Osservatorio Immagino 2025, l’84% delle etichette nella grande distribuzione italiana presenta almeno un claim di sostenibilità ambientale. Ma quante di queste asserzioni resisterebbero a un vaglio tecnico? Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 30/2026, le pratiche commerciali legate ai green claim sono sottoposte a vincoli stringenti. Sono previste sanzioni amministrative fino a 10 milioni di euro o al 4% del fatturato annuo (le disposizioni saranno vincolanti dal 27 settembre 2026).
Il termine greenwashing descrive pratiche di marketing che presentano prodotti o organizzazioni come ecosostenibili senza fondamento verificabile. La definizione tecnica, recepita dal Codice del Consumo italiano, identifica come greenwashing qualsiasi pratica commerciale sleale che utilizza asserzioni ambientali generiche, non supportate da dati scientifici o certificazioni riconosciute.
Due fattori hanno alimentato la proliferazione di claim ambientali:
Il Sustainability Sector Index di Kantar (2024) evidenzia che oltre la metà dei consumatori ritiene che le aziende diffondano informazioni fuorvianti o false sulla propria sostenibilità. Si crea, di conseguenza, un gap significativo tra credibilità percepita e comunicazione effettiva.
Un’indagine della Commissione Europea del 2020 ha analizzato i siti web delle aziende europee. I risultati sono allarmanti: nel 59% dei casi le informazioni erano insufficienti per valutare la sostenibilità dichiarata. Il 37% dei claim utilizzava formulazioni troppo generiche. Infine, il 42% delle dichiarazioni è stato ritenuto ingannevole.
È in questo contesto che si posiziona il greenwashing, che letteralmente significa “lavaggio nel verde”: una strategia di marketing ingannevole. Alcune aziende la usano per costruire un’immagine ambientale positiva che però non corrisponde alla realtà. Nel settore tessile, l’obiettivo è presentare intere collezioni come ecosostenibili, distogliendo l’attenzione dagli impatti negativi.
Il green claim è definito come un messaggio che dichiara o suggerisce un impatto ambientale positivo, nullo o ridotto rispetto alla concorrenza. Nel settore tessile e manifatturiero, questa comunicazione può essere testuale, visiva o simbolica.
La differenza tra green claim legittimo e greenwashing risiede nella verificabilità scientifica delle dichiarazioni. Secondo l’art. 12 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale (AGCM, 2014), la comunicazione commerciale che dichiari o evochi benefici di carattere ambientale o ecologico deve basarsi su dati veritieri, pertinenti e scientificamente verificabili.
Per comprendere i pericoli reali di una comunicazione non trasparente, è utile esaminare alcuni esempi di greenwashing nel settore dell’abbigliamento sostenibile. Un caso studio emblematico è quello di Shein, colosso del fast fashion. L’azienda ha recentemente affrontato dure critiche per le discrepanze tra le promesse di sostenibilità e la realtà produttiva.
Secondo un’indagine di Greenpeace condotta nel 2025, le misure di sicurezza di Shein si sono rivelate inefficaci. L’azienda aveva annunciato investimenti per oltre 15 milioni di dollari nello stesso anno per potenziare i sistemi di documentazione e il controllo chimico. Tuttavia, i test hanno rivelato che i prodotti presentano ancora una grossa quantità di componenti chimici pericolosi.
Il caso Shein evidenzia il fallimento dell’autoregolamentazione e sottolinea l’urgenza di una Direttiva greenwashing vincolante. Tale normativa deve impedire ai brand fast fashion di eludere le normative vigenti a discapito della salute pubblica.
La comunicazione sostenibile si distingue dal greenwashing per il rigore metodologico e la verificabilità dei dati. Secondo la normativa vigente, ogni asserzione ambientale deve essere supportata da:
La trasparenza della filiera e la tracciabilità documentale sono elementi imprescindibili. La comunicazione non deve limitarsi a rivendicare risultati, ma deve esplicitare anche i limiti tecnici e le sfide ancora aperte, anticipando i requisiti della Direttiva 2024/825.
Dal 2016, Consorzio Detox promuove standard di trasparenza, tracciabilità e responsabilità lungo la filiera tessile, sviluppando strumenti di supporto per le aziende associate nella gestione dei green claim conformi alla normativa.
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